
Nel video che segue la risposta del Presidente Nazionale del Goia-Fenapi Giancarlo Nardozzi all’ennesima proposta di rinnovo «a punti» sostenuta da alcuni dirigenti della Fiva-Confcommercio.
A dirla tutta, il termine «rinnovo», usato poco sopra, non è corretto, ovvero non lo è più: l’attuale legge che rivede la disciplina delle concessioni mercatali infatti non prevede più il rinnovo in capo a chi già operava in un determinato posteggio, ma si parla soltanto più di assegnazioni ex novo.
Questo ci fa capire come, senza un’azione di revisione seria della normativa nazionale, punti e punteggi avranno sempre come risultato, nella migliore delle ipotesi, delle riassegnazioni a rischio ricorso, del resto a questo mirava chi ha firmato ricorsi a destra e manca durante il Covid, sapendo benissimo che una riforma organica del settore, tardata proprio dalla pandemia, era ancora da affrontare (salvo poi essere finita nel dimenticatoio politico del Parlamento).
Atteso infatti che allo stato attuale della normativa questi punteggi non possono dare vantaggi al prestatore uscente, gli uffici legislativi del Mimit le stanno cercando tutte per dare un senso a questi provvedimenti, al punto da ipotizzare dei criteri premiali per chi ha dei dipendenti e li mantiene per alcuni anni, un assurdo per la realtà della microimpresa italiana, forse – e dico forse – accettabile per le aree di grande afflusso turistico, sempre nella mente e nelle parole dei «pro Bolkestein», ma che non rappresenta minimamente la realtà del commercio su aree pubbliche nazionale, dei mercati che offrono ad esempio un servizio alle popolazioni delle aree rurali e montane del paese oppure ai grandi mercati delle zone periferiche – popolari e residenziali, garanti di un presidio dove altrimenti ci sarebbe il niente misto alla delinquenza, con condizioni di lavoro complesse, difficili da immaginare per un dirigente o un politico che lavora su via Vittorio Veneto a Roma.
Non ci stancheremo mai di dirlo, l’attuazione di quella parte della direttiva servizi, l’articolo 12, che impone delle scadenze a determinate autorizzazioni non c’entra nulla con l’ambulantato italiano ma probabilmente è parte di un accordo preso «ai piani alti» per non mettere a bando altre posizioni, ben più redditizie, tipiche del nostro sistema economico, che al contrario degli ambulanti sono invece ben tutelate e rappresentate nell’arco Parlamentare.
Dopo 16 anni di battaglie, con vittorie e sconfitte, abbiamo le idee ben chiare sui motivi per cui il nostro settore, seppur bisognoso di una riforma organica che lo rimetta al passo con i tempi, non ha alcun bisogno di essere inserito nella parte della direttiva servizi legata alla scarsità di risorse naturali.
I mercati non sono una risorsa scarsa
Secondo la direttiva servizi, il presupposto per limitare la durata delle autorizzazioni è il fatto che queste siano in numero limitato a causa di scarsità di risorse naturali. A sentir parlare di risorse naturali, a tutto verrebbe da pensare, sorgenti, bacini, miniere, autostrade ecc, meno che ai mercati, ma sappiamo di vivere in un Paese complicato.
Non solo, il Manuale per l’attuazione della Direttiva servizi, scritto dalla Commissione europea, mette in guardia gli Stati dal mettere una scadenza alle autorizzazioni quando ciò non sia strettamente necessario per garantire l’accesso all’attività economica da parte di altri soggetti, in quanto ciò va inevitabilmente a ridurre la solidità e la redditività delle imprese interessate, rendendone il futuro incerto (c’è qualcosa di familiare con la situazione che si sta registrando nel settore negli ultimi anni?).
Non tutte le istituzioni hanno abbassato la testa a questo diktat assurdo, qualche Regione ha pure provato a «spiegare» il fatto che di mercati e di piazzole i comuni ne possono deliberare quante ne vogliono, se ce n’è il bisogno, come ad esempio fece la Regione Piemonte con la legge fortemente voluta dall’amico Gianluca Vignale, che nell’iter di approvazione fece proprio una ricognizione atta a dimostrare l’insussistenza di questa scarsità, poi ritirata a seguito dell’impugnazione da parte del Governo.
Di tutto si può dire, ma il fatto rimane, l’accesso alla professione dell’ambulante non è limitata da scarsità di risorse naturali; sono ben altri i settori che lo Stato, per mille motivi, legittimi o meno, tiene bellamente esclusi dai bandi Bolkestein, con buona pace dei liberisti europei. A ciò si aggiunga il fatto che negli ultimi 5 anni, e dopo 40 mila chiusure nette, nei mercati si registra un’incidenza di posteggi vuoti intorno al 35%, senza tenere conto di aree mercatali, magari nate in prossimità di aree industriali oggi scomparse, completamente deserte che ogni tanto vengono soppresse senza fare notizia.
Iniquità rispetto ad altre categorie nazionali
Come ebbe a dire anni fa il vicecommissario UE Caratti in un’intervista avente ad oggetto proprio il tema ambulanti, le direttive sono fatte per essere adattate dai singoli Stati alla realtà di ogni territorio. In Italia pare che si sia fatto l’esatto contrario.
Di seguito riporto una slide della nostra Assemblea nazionale 2024, recante una serie di confronti sull’attuazione dell’art. 12 della direttiva Bolkestein (leggasi bandi) in alcune altre categorie produttive anch’esse caratterizzate da un qualche regime «autorizzatorio» limitato.

Beninteso, lo scopo di questa slide non era allora, e non lo è neppure adesso, puntare il dito contro le altre categorie produttive del Paese, ma semplicemente sottolineare come l’applicazione di questa disciplina proprio alla categoria degli ambulanti non paia molto coerente con il panorama nazionale.
Dalla lista abbiamo omesso alcune delle categorie veramente limitate da scarsità di risorse naturali (sorgenti, miniere ecc), e vi stupireste nel scoprire che anche molte di queste non vanno a bando.
Dal 2024 qualcosa è cambiato, specialmente per i balneari e per i tassisti, periodicamente oggetto di attacchi mediatici dove vengono sistematicamente dipinti come i Rockefeller dell’economia italiana, mentre su tante altre categorie, ben più redditizie e tutelate, regna il silenzio – stampa – più rispettoso e assoluto.
Un’attuazione europea che non c’è.
Sebbene le direttive, a differenza dei regolamenti europei, siano fatte per essere recepite ed adattate dai singoli Stati, è pacifico che lo scopo ultimo delle norme europee sia quello di attuare il più possibile un «mercato unico» al fine di dare alle imprese nazionali un quadro in cui poter operare anche in altri Paesi membri. Per fare un esempio pratico, se un ristoratore italiano vuole avviare un’attività analoga in un altro Stato membro, il suo requisito professionale (es il REC) è riconosciuto anche all’estero.
Se l’art. 12 della direttiva fosse recepito alla stessa maniera nel resto d’Europa, un ambulante di Torino potrebbe presentarsi a Parigi o a Barcellona e ottenere un posteggio per la durata di 12 anni in uno dei suoi mercati partecipando ad un bando a punti.
Ovviamente tutto ciò non avverrà, se parlate con un ambulante francese e gli parlate di Bolkestein, vi chiederà se è una cosa che si mangia; la Spagna è l’unico Stato europeo ad aver effettuato un recepimento formale della direttiva nel contesto degli ambulanti, salvo poi aver adottato delle procedure di rinnovo del tutto simili a quelle effettuate in Italia nel 2021, e stiamo parlando di due Stati dove i mercati, come in Italia, rivestono una certa importanza.
E’ quindi evidente il nonsense di tutta questa operazione, che finora ha avuto come risultato la riduzione delle attività che svolgono commercio su area pubblica con un costante invecchiamento delle imprese del settore (che fosse questo lo scopo di chi ha tanto lavorato per attuare la direttiva in Italia, avere una categoria debole?).
Il danno economico alle imprese e allo Stato
Passare da un modello di scambio di mercato dei rami d’azienda, efficiente e quasi istantaneo, ad un modello di bandi decennali, sicuramente più macchinoso e burocratico, deprezzerà ancora di più il valore delle attività, che già oggi vengono spesso cessate anziché cedute e ciò si proietterà, inevitabilmente, sulle entrate erariali dello Stato, in termini di imposte di registrazione e su redditi per le mancate compravendite delle attività, sui grandi numeri del nostro Paese, parliamo perlomeno di un danno di alcune centinaia di milioni di euro che lo Stato si sta auto infliggendo, oltre i danni alle famiglie che hanno investito in questo lavoro, quasi incalcolabili ma sicuramente enormi.
Paradossalmente, dal lato dei posteggi liberi, non verrà fissato un termine periodico entro il quale i Comuni dovranno procedere, in virtù dell’autonomia organizzativa ed economica di cui godono gli enti locali, che spesso significa carenza di risorse e uomini per fare le cose (basti pensare che alcune grandi Città italiane hanno chiuso da alcuni anni l’ufficio bandi per i mercati).
La strada più efficace e indolore, infatti, sarebbe quella di prevedere bandi periodici dei posteggi liberi, magari affiancata da una serie di linee guida per creare nuove aree mercati ove ve ne sia la necessità, senza danneggiare per forza chi ha investito nel suo lavoro risorse e, spesso, una vita intera.
Il tema sociale.
L’impatto socio economico delle norme che vengono approvate dovrebbe essere il primo pensiero di un parlamentare o un ministro; anche qui, nel caso degli ambulanti, pare un aspetto totalmente trascurato da chi ha portato a termine gli ultimi testi legislativi.
Quando chiude una fabbrica l’opinione pubblica è sempre attenta sul futuro delle famiglie dei lavoratori che in seguito a ciò perderanno il loro posto di lavoro. Sul commercio, il tema viene spesso snobbato dalle grandi testate giornalistiche, eppure parliamo di 160mila imprese, al più familiari, che quindi interessano, tra indotto e parenti, oltre 1 milione di persone, spesso e volentieri si tratta di ambulanti che hanno fatto tutta la vita questo lavoro, molti di loro oltre i 50 anni, che faticherebbero a reinventarsi in un’altra professione.
La mancanza di interesse su un tema così importante da parte della maggior parte della politica la dice lunga sugli attuali livelli di astensionismo e sulla completa “lobbizzazione” della politica nazionale.
Così, mentre l’Italia balla da 15 anni intorno all’adozione di una norma “ammazza ambulanti”, gli altri grandi Stati europei lavorano alla valorizzazione e alla promozione dei mercati come strumenti di aggregazione sociale e accoglimento turistico.
Se si vuole dare una svolta ai mercati e, con loro, al commercio di vicinato è necessario che la normativa venga ripensata da capo, tenendo presente necessità e fattori che 28 anni fa, quando fu approvato il famigerato Decreto “Bersani”, neanche esistevano; se vogliamo dare certezze concrete alle imprese del settore, certezze sulle quali possano investire sul futuro, di sicuro servirà ben altro che l’ennesimo bando a punti.
di Gregory Massa
Direttore Tecnico Goia Fenapi